Obblighi sulla sicurezza e la salute: La tutela del lavoratore straniero che viene ad operare in Italia. 3

  • Safety First

safety3

Capitolo 1: Obblighi sulla Salute e Sicurezza in ambienti di lavoro per aziende con sedi anche all’estero

Capitolo 2: Obblighi sulla Salute e Sicurezza per lavoratori Italiani trasferiti all’estero

Si premette che per tutti i lavoratori stranieri, comunitari ed extracomunitari, trasferiti temporaneamente a lavorare in Italia oppure a tempo indeterminato si applica tutto ciò che è previsto per i lavoratori Italiani ossia il Testo Unico Dlgs 81/2008 aggiornato col Dlgs 106/2009 e ss.mm.ii.

In Italia gli stranieri sono 4.570.317 (dati ISTAT), e secondo i dati INAIL, nel 2011, su un totale di 725.174 infortuni, 609.513 hanno riguardato i lavoratori italiani e 115.661 quelli stranieri di cui 138 mortali.
In termini relativi, il tasso medio di incidenza infortunistica relativo ai lavoratori stranieri è stimato pari a circa 40 infortuni per mille occupati, un valore nettamente superiore a quello dei lavoratori italiani che fanno registrare un tasso di circa 30 infortuni per mille occupati.

Tale divario è legato in primo luogo al fatto che gli stranieri sono occupati in prevalenza in settori ad alto rischio come l’Edilizia, la Metallurgia e l’Agricoltura. Ma, nel caso specifico dei lavoratori stranieri, oltre a diffuse situazioni di maggiore precarietà, il rischio è aggravato dalle difficoltà di comunicazione e comprensione sul posto di lavoro.
È di fronte a questo scenario, che l’ANMIL – che da 70 anni si occupa della tutela delle vittime del lavoro e della prevenzione degli infortuni – ha voluto avviare uno specifico progetto finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali dal titolo “CIS – Cultura Integrazione Sicurezza” e patrocinato dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio).

Il progetto CIS, avviato nel gennaio 2012 e sviluppato nell’arco di 14 mesi, contribuisce ad aiutare i lavoratori stranieri che da poco tempo vivono in Italia, ad integrarsi meglio nella società e nel mercato del lavoro mediante un percorso formativo basato sull’insegnamento della lingua italiana e legato ai concetti base della normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro (T.U. 81/2008), con il supporto di un glossario della sicurezza realizzato in cinque lingue.
Un percorso fondamentale, se si pensa che la quota degli infortuni mortali occorsi agli stranieri sul totale nazionale risulta in crescita dal 16,8% del 2007 al 17,6% del 2011, e che il tasso di incidenza degli infortuni mortali è pari a 0,06 casi mortali per mille occupati contro un valore di 0,04 per i lavoratori italiani. In pratica il rischio di rimanere vittima di un infortunio mortale per il lavoratore straniero è superiore del 50% rispetto a quello del suo collega italiano.

Benché in Italia il fenomeno migratorio abbia una storia più recente rispetto ad altri paesi dell’Unione Europea quali Francia, Gran Bretagna e Germania, secondo i dati del “Terzo rapporto annuale – Gli immigrati nel mercato del lavoro in Italia”, al 1° gennaio 2012, nel nostro paese “sono regolarmente presenti 3,6 milioni di cittadini non comunitari” che rappresentano ormai il 7,9% della popolazione, numero cresciuto, nel corso del biennio 2011/2012, di un buon 3%. “Le cittadinanze prevalenti sono Marocco, Albania, Cina, Ucraina e Filippine” .
L’occupazione, nello specifico dei lavoratori extracomunitari, si è suddivisa, nell’anno di riferimento, per il 62,4% nel settore dei servizi, per il 33,3% nell’industria (di cui l’industria in senso stretto con il 20,9% e le costruzioni con il 12,4%) e, solo per il 4,3%, nel settore agricolo.

La fondamentale esigenza di proteggere il lavoratore straniero, in particolar modo extra (ma anche neo) comunitario, si manifesta, dunque, soprattutto, nell’apprestamento di specifiche misure di tutela della sua sicurezza e della sua salute durante il lavoro; misure che, al di là dei (riduttivi e “tardivi” ) accorgimenti linguistici con i quali si comunica, ovvero si impartiscono: informazioni e formazione (ma anche: addestramento, istruzioni operative e preventivo-protettive), espressamente previsti dagli artt. 36 e 37 del d.lgs. n. 81/2008, dovrebbero discendere dalla basilare tutela rappresentata dall’obbligo di valutare i rischi lavorativi connessi con la provenienza dei prestatori da paesi stranieri.

Muovendo dalla convinzione che il problema della valutazione e della gestione del rischio lavorativo nei confronti dei lavoratori stranieri sia principalmente una questione di percezione ed elaborazione del pericolo e di scelta delle modalità con le quali, svolgendo l’attività lavorativa, ad esso ci si espone, la conoscenza delle dimensioni culturali-nazionali che possono determinare un comportamento consapevole, diligente, prudente, oppure il suo opposto e della loro interazione con quelle proprie del nostro paese, acquisisce fondamentale importanza, permettendo al datore di lavoro di definire migliori strategie comunicative e di organizzare più efficacemente il management della prevenzione e della protezione della sicurezza e della salute nel luogo di lavoro.

Per far fronte alla peculiare situazione, il datore di lavoro deve adottare, in seguito alla valutazione del rischio espositivo proprio di tale scenario, misure organizzative specificamente finalizzate all’inserimento di tali lavoratori. E’ consigliabile inizialmente, affidare loro attività e compiti fisicamente meno dispendiosi e faticosi, oppure predisporre turni o squadre di lavoro, in modo tale da farli affiancare da personale già competente, formato e consapevole dei rischi specifici.
In effetti, gli stranieri operano spesso in condizioni di lavoro particolarmente rischiose dal punto di vista della salute e della sicurezza, occupando le mansioni lavorative più pericolose. I lavoratori immigrati sono spesso disposti ad accettare turni di lavoro più pesanti e che coprono la fascia notturna.
Nei lavori manuali un numero elevato di ore lavorate si traduce in una peggiore condizione di salute, sia fisica che psicologica e in una minore attenzione. Inoltre, per quanto riguarda i lavoratori turnisti e notturni, si è osservato che durante le ore notturne, le funzioni del cervello e del corpo sono più lente ed hanno un rendimento inferiore; la combinazione di perdita di sonno e lavoro effettuato quando il corpo ha un basso livello di energie, può causare un eccessivo affaticamento e sonnolenza, con conseguente elevazione del livello di rischio infortunistico .

Dalla scarsa conoscenza della lingua italiana discende la difficoltà di comprensione delle attività di informazione, formazione e addestramento, della segnaletica, nonché della comunicazione informale, elemento essenziale per la gestione delle emergenze. Sulla maggiore esposizione al rischio dei lavoratori stranieri, può, inoltre, influire, come abbiamo ampiamente documentato, una diversa percezione del rischio legata a una minore cultura della prevenzione. Spesso, infatti, gli immigrati provengono da paesi nei quali l’attenzione alla prevenzione e alla sicurezza è meno sensibile rispetto a quella delle nazioni più evolute .

I mezzi che il datore di lavoro può adottare per migliorare le condizioni di sicurezza del lavoratore straniero sono:

1. Comunicazione adeguata ossia informazione, formazione, addestramento, consultazione;
2. Coinvolgimento dei lavoratori ed interazione coi colleghi italiani;
3. Mediatori culturali/religiosi