Stress da lavoro correlato: giornate lavorative perse, rischio sicurezza per l’organizzazione. Una nuova sfida per le aziende.

Rimettersi alla scrivania al rientro da un periodo più o meno lungo di ferie o comunque di rallentamento dei ritmi lavorativi può essere molto difficile – come sperimentiamo probabilmente in molti in questi giorni – e richiede sicuramente un periodo di adattamento, sia a livello fisico che psicologico.

Tuttavia, anche a pieno regime, è capitato a tutti di imbattersi nel disagio di trovare documenti accatastati sulla scrivania con scadenze di evasione pressanti, ricevere ordini non chiari o impartiti in maniera aggressiva, richieste contrastanti senza un punto autorevole di riferimento.  Forse non tutti sanno che tali disagi, se frequenti, portano facilmente a disturbi da stress da lavoro correlato, il quale può sfociare in malattia di diverso genere, o nella cosiddetta sindrome da burnout, ovvero riduzione delle capacità in ambito lavorativo e conseguente tendenza all’esaurimento. Sono, di fatto, condizioni caratteristiche di situazioni in cui le esigenze in ambito lavorativo sono superiori alla capacità di farvi fronte.

E’ un problema a livello di organizzazione, non una colpa individuale, come afferma l’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza del Lavoro (Osha), che lo classifica come “una delle sfide principali con cui è necessario confrontarsi nel campo della salute e della sicurezza sul lavoro”, poiché di significativo impatto sulla condizione individuale dei lavoratori, delle imprese e, su più ampia scala, sull’economia dei singoli Paesi.

 

Stress da lavoro correlato: rischio malattia e sicurezza

Allo stress da lavoro correlato, per esempio, è imputabile quasi la metà di tutte le giornate lavorative perse, sempre secondo l’Osha, che monitora attraverso l’Osservatorio Europeo dei Rischi le insidie emergenti per quanto riguarda sicurezza e salute sul luogo di lavoro, con l’obiettivo di migliorarne la prevenzione attraverso una normativa condivisa.

L’incremento della pressione competitiva, dovuta alla globalizzazione e a fattori specifici dei singoli mercati – ma anche alla generale accelerazione del ritmo della vita negli ultimi decenni – ha portato alla compressione dei tempi  e a un nuovo concetto “intensivo” di operatività nel mondo del lavoro, con il risultato di indurre sempre più nel lavoratore il cosiddetto “approccio multitasking”, di pari passo con la preoccupazione di essere sempre aggiornati per migliorare, o anche soltanto mantenere, la propria condizione lavorativa.

Quando l’organizzazione non è in grado di supportare i propri collaboratori con adeguate modalità di pianificazione e gestione del lavoro, aumentano i rischi di conseguenze negative per il singolo – come stress, associato a disturbi fisici, quali stanchezza cronica, insonnia, ansia, fino alla malattia – ulcere e problemi cardiovascolari in primis – o disturbi mentali, come burnout, esaurimento e depressione (proprio quest’ultima è indicata dall’Oms quale causa principale di inabilità al lavoro a livello globale entro il 2020).

Di pari passo aumentano anche i rischi per l’intera impresa, che si troverà probabilmente a fronteggiare un incremento dell’assenteismo tra la propria popolazione lavorativa, con periodi di assenza più lunghi della media e ripetuti, e del presenteismo, che rappresenta un ingente fattore di perdita economica. In entrambi i casi si tratta di rischi psicosociali direttamente connessi all’aumento dei tassi di incidenti e di infortuni in azienda, che mettono quindi a repentaglio la sicurezza sul luogo di lavoro.

 

Rischi psicosociali non gestiti e numeri elevati: il risvolto dei costi

Gli esperti rilevano oggi anche nel nostro Paese un grande stato di ansia, di disagio e di malessere lavorativo, tanto da affermare il 90% dei lavoratori nel settore pubblico e privato, se interpellato, si dichiarerebbe sottoposto a condizione di stress.

E’ piuttosto comune, tuttavia, la percezione errata che affrontare i rischi psicosociali comporti costi aggiuntivi per le imprese. Di fatto, la mancata gestione dei rischi può determinare danni economici e di reputazione ancora più gravi per l’impresa.

Come peraltro ricorda anche l’Osha, oltre che “un buon investimento per i datori di lavoro”, curare il clima e la sicurezza aziendale è anche un dovere stabilito dalla normativa, con la direttiva quadro 89/391/CEE e “ribadito dagli accordi quadro tra le parti sociali sullo stress lavoro-correlato e sulle molestie e la violenza sul luogo di lavoro”.

 

Valutazione del rischio stress da lavoro correlato: attenzione alla normativa 

Nel nostro Paese il riferimento è il decreto legislativo 81/08, con le modifiche e le integrazioni contenute nel “Testo Unico per la Sicurezza”. Ogni datore di lavoro è tenuto alla valutazione del rischio stress

all’interno della propria organizzazione. La sfida appare sempre più pressante nell’attuale contesto sociale ed economico: è infatti necessario monitorare costantemente e adeguare i luoghi, i processi e l’organizzazione del lavoro, con la consapevolezza che ciò richiede un approccio strutturato, che non può prescindere da una strategia di medio-lungo periodo.

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