Le banche ticinesi premono perché la clientela italiana metta in regola i capitali in “nero”

Sole 24 ore: 20/11/2014

Arrivano, svuotano il conto e convertono il denaro in diamanti. La leggenda narra che qualche facoltoso italiano, pur di non farsi identificare dal fisco, abbia addirittura preferito donare i propri soldi, avendo messo al sicuro, altrove, il “malloppo” e ritenendo più conveniente regalare gli “spiccioli” rimasti a Lugano piuttosto che rischiare di essere inseguito a vita dalla Finanza.

Gli irriducibili le escogitano tutte pur di sottrarsi al nuovo corso della weissgeldestrategie, la strategia del “denaro bianco”, avviata dal governo federale all’insegna della trasparenza: una politica che ha determinato il cambio di proprietà di istituti come Bsi e Banca Arner, storici rifugi di capitali italici, e che ha fatto diminuire il numero delle banche e dei loro addetti. Senza parlare delle fiduciarie. Dal 2007 al 2013 i dipendenti bancari in Ticino sono diminuiti di circa 1.300 unità. Nello stesso periodo, le banche che hanno sede in Ticino sono passate da 27 a 18 e il loro gettito fiscale è crollato dai 107 milioni di franchi del 2005, ai 19 del 2013, ai 12 stimati per il 2014. Lo scudo fiscale di Tremonti è costato alle banche locali un calo dei volumi gestiti del 20-30%. La trovata dei diamanti è solo un espediente maldestro e rischioso: una scappatoia per pesci piccoli.

Se il patrimonio costituito in “nero” è di grandi dimensioni le cose si complicano. La Confederazione elvetica ha sottoscritto l’accordo per lo scambio automatico dei dati fiscali, firmato da 44 Stati dell’Ocse, che obbligherà dal 1° gennaio 2018 banche e fiduciarie locali a rivelare la posizione patrimoniale dei propri correntisti. Secondo Giovanni Pagani, gestore di una delle più antiche fiduciarie di Lugano, la maggioranza dei clienti è già regolarizzata e paga correttamente le imposte. A chi ci chiede cosa fare dei capitali non dichiarati la fiduciaria consiglia di aderire ai programmi di voluntary disclosure dei paesi di residenza, perché la possibilità di trasferire e nascondere i propri soldi è ormai limitata. Molti paesi, ad esempio, Singapore o Cipro non accettano più denaro non dichiarato. Restano i “paradisi” arabi, quelli dell’Est, tipo il Montenegro, i paesi asiatici come il Kazakhstan, o la Russia e in prospettiva la Cina: ma lì il gioco si fa più pesante e pericoloso. Nella lotta internazionale all’evasione la Svizzera è in una morsa: stretta tra Ue e Usa, i quali sono considerati la locomotiva del G20 e dell’Ocse. I principali istituti scudocrociati, tra cui Ubs e Crédit Suisse, i due giganti, sono stati colti in flagrante nell’aiutare contribuenti americani ad evadere le imposte.

Gli Stati Uniti considerano l’evasione un reato grave, che colpiscono con accanimento, anche se poi tollerano che il Delaware e il Wyoming consentano l’apertura di un conto senza alcun riferimento al beneficiario. Nessuna legge impone a una banca svizzera di non accettare contante. Nei fatti, però, l’autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari, la Finma, invita le banche a «gestire il rischio legale»: come dire, autodisciplinatevi o sarete sanzionate, anche se poi capita il cliente russo che per certificare la provenienza dei propri capitali esibisce la legal opinion di uno studio moscovita sulla cui affidabilità nessuno può mettere la mano sul fuoco; così come capita non di rado che operatori bancari arrivano, svuotano il conto e convertono il denaro in diamanti.